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   Mercoledi, 12 Dicembre 2018
Vita pratica

Sequestro e pignoramento: quando il pet diventa un ostaggio

Se ne sta parlando. E molto. Pare che ultimamente persino l’Agenzia delle Entrate abbia posto sotto sequestro un cane di un utente moroso. Cerchiamo perciò di fare luce su un ambito legislativo ancora poco conosciuto e frequentato dagli esperti legali di casa nostra. E lo facciamo con l’aiuto dell’avvocato Michele Pezone, penalista ed esperto di diritti animali a cui lasciamo la parola...


     

     Un perplesso Carlino: e se finisse sotto sequestro?

Molti giuristi probabilmente risponderebbero in modo affermativo alla domanda di base: un animale è pignorabile? Ritengo, però, che la questione non sia affatto pacifica, anzi mi sento di dire che, in base ai principi generali del nostro ordinamento, occorre perlomeno distinguere tra animali da reddito e animali da affezione, e questi ultimi a mio avviso non sono pignorabili.
Il mio amico Roberto Marchesini, noto epistemologo, etologo e saggista, che ha a lungo studiato il rapporto uomo-altri animali (dico “altri” perché, come noto, anche l’uomo appartiene al regno animale), storcerebbe il naso nel sentire fare distinzioni tra animali “da reddito” e “da affezione”, perché queste sono categorie con le quali noi uomini attribuiamo agli animali caratteristiche che non hanno nulla a che vedere con le loro soggettività. Ma il linguaggio è fatto di convenzioni e in certi casi bisogna schematizzare per esprimere dei concetti.

L’ANIMALE “PIGNORABILE”
L’art. 513 del codice di procedura civile dichiara pignorabili le “cose” del debitore, e dunque i beni che siano suscettibili di “valutazione economica”. Tale valutazione forse si può fare in relazione agli animali “da reddito”, ma certamente non in relazione agli animali “da affezione”.
Riguardo a questi ultimi, ritengo che non ci sia alcun appiglio non solo normativo, ma anche linguistico, per farli rientrare nel concetto di “cose”. Sono passati ormai troppi secoli da quando Cartesio aveva operato la summa divisio tra res cogitans e res extensa, mettendo solo gli uomini all’interno della prima categoria in quanto dotati di intelligenza e tutto il resto nella seconda categoria (nella quale rientravano indistintamente i tavoli come i cani, sul presupposto – peraltro erroneo – che questi ultimi non fossero dotati di intelligenza).
Tutte le nuove norme che puniscono il maltrattamento degli animali o l’omissione di soccorso di questi ultimi a seguito di incidenti stradali non si conciliano con l’equiparazione tra animali e cose. Tali norme, infatti, non tutelano solo l’umano sentimento di pietà nei confronti degli animali, ma anche questi ultimi in quanto “esseri senzienti”. Sul punto appare davvero eloquente quanto si legge nella motivazione della sentenza del Tribunale di L’Aquila che ha condannato dei veterinari dell’ASL per aver soppresso dei cuccioli di cane senza giustificato motivo: “tra l’animale ed il suo proprietario il rapporto non è più quello di oggetto e titolare del diritto di proprietà. Si prende atto della natura di essere vivente dell’animale, il quale è in grado di percepire sofferenze di carattere anche non solo fisico in senso stretto”.
Questa nuova sensibilità cui è finalmente approdata la legislazione e la giurisprudenza apre nuovi scenari, in quanto non possono non essere prese in considerazione le implicazioni affettive che risiedono nel rapporto uomo-animale. Se l’art. 514 del codice di procedura civile vieta il pignoramento dei beni che hanno valore affettivo, come la fede nuziale, per evitare forme di pressione psicologica sul debitore, non si vede come si possa invece ritenere pignorabile il cane che da anni vive insieme al suo proprietario.
In questo caso, poi, alla violenza psicologica che si opera sul proprietario si aggiunge le sofferenza che si infligge all’animale, che si sradica dal suo ambiente per destinarlo, peraltro, a non si sa quali strutture in attesa di una improbabile vendita all’asta!
Insomma, il pignoramento deve colpire il patrimonio del debitore e non i suoi sentimenti, ed un eventuale pignoramento di un animale domestico a mio giudizio va certamente impugnato davanti al Tribunale con un atto di opposizione agli atti esecutivi.


IL SEQUESTRO PENALE
Il sequestro è una misura cautelare finalizzata o a evitare il protrarsi di una condotta delittuosa (è il caso del sequestro preventivo) o ad assicurare delle prove per il successivo processo (sequestro probatorio).
Il crescente numero di procedimenti penali per il reato di maltrattamento di animali ha portato all’esecuzione di moltissimi sequestri: dagli animali esotici importati illegalmente o tenuti in pessime condizioni per alcuni spettacoli circensi, ai cani sequestrati nelle strutture “lager”.
Proprio per la peculiarità data dal fatto che gli animali sono esseri “senzienti”, cioè capaci di provare gioia o sofferenza, risultano inadeguate le disposizioni del codice di procedura penale, che non prevedono un’apposita disciplina nell’eventualità – sempre più frequente – in cui il sequestro abbia per l’appunto a oggetto degli animali.
Le associazioni protezioniste spesso si trovano ad essere nominate custodi di animali vittime di maltrattamenti. Si tratta di soggetti che, in attesa del giudizio, vengono posti sotto sequestro preventivo per evitare che si continui la condotta delittuosa da parte dell’uomo. A loro volta, le associazioni possono chiedere e ottenere la nomina di ulteriori custodi - persone fisiche che si prendano cura degli animali - com’è accaduto nel caso del sequestro degli oltre duemilaseicento beagle che erano detenuti nell’allevamento di Green Hill.
Fino ad oggi non mi constano casi nei quali una persona imputata di maltrattamento di animali posti sotto sequestro sia stata assolta, ma tale evenienza può verificarsi, magari anche con una formula dubitativa perché in giudizio non si raggiungono prove certe sulla sua colpevolezza.
Potrebbe accadere, dunque, per esempio, che un cane sequestrato e affidato a un custode debba essere restituito al precedente proprietario in caso di assoluzione di quest’ultimo. Ma, nel frattempo, si saranno creati reciproci legami affettivi tra il custode e il cane. Occorre, perciò, un’apposita normativa che disciplini tale evenienza, tenuto conto del fatto che un sequestro può durare svariati anni fino a una sentenza definitiva.
Paradossalmente, alcune associazioni animaliste si sono fatte promotrici di un innovativo orientamento giurisprudenziale, che consente, nella pendenza del sequestro, di ottenere la cessione a titolo definitivo degli animali ai loro custodi proprio sulla base di un’interpretazione molto estensiva di una norma che consente la vendita delle “cose deperibili” sottoposte a sequestro (art. 260 del c.p.p.). Credo che si tratti dell’unico caso in cui si possa giustificare l’equiparazione di un animale ad una “cosa”, in attesa di una normativa specifica sul punto.



Autore: Avv.Michele Pezone

 

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