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   Mercoledi, 12 Dicembre 2018
Dossier

Cosa cambia con l'educazione

I processi di apprendimento dei cani sono materia complessa, ma importantissima per una corretta educazione. Ce ne parla un'esperta in psicologia canina: Renata Fossati

     

     Un cucciolo di Dogue de Bordeauax

Per comprendere meglio il processo di apprendimento dei cani e, conseguentemente, il loro comportamento, ho suddiviso in tre parti la loro memoria:
1) memoria di ceppo
2) memoria di razza recente
3) memoria soggettiva

L’apprendimento ed il comportamento dei cani é condizionato in buona parte da questi tre fattori. L’educazione, l’addestramento e l’ambiente avranno sicuramente influenze significative sulla vita del cane, ma non potranno neutralizzare facilmente la prima e la seconda memoria, mentre contribuiranno allo sviluppo della terza.

1) Memoria di ceppo

E’ quella che condiziona maggiormente le rappresentazioni mentali dei cani ed il loro comportamento. Essendo stati selezionati per compiere una funzione, vennero privilegiati quegli istinti che meglio si adattavano a risolvere il compito richiesto loro dall’uomo. Per esempio, dovendo selezionare un cane da guardia, si tennero in considerazione quei soggetti che istintivamente segnalavano la presenza di estranei e difendevano il territorio. Questo concetto è valso per tutte le altre funzioni come la difesa, la caccia, la pastorizia e il traino. Gli istinti consentono al cane di rispondere a stimoli provenienti dall’ambiente in maniera istantanea e automatica : ovviamente, purché siano liberi di poterlo fare. Utilizzando gli istinti più evidenti che il cane manifestava, l’uomo riuscì ad addestrarlo in maniera efficace.

2) Memoria di razza recente

Nell’era moderna, l’opera degli allevatori ha condizionato la selezione dei cani non solo nell’aspetto morfologico (standard di razza) ma anche nello sviluppo della condizione psicologica e della percezione ambientale. Ogni allevatore professionista seleziona all’interno del proprio allevamento una specifica linea di sangue, crea cioè un piano di allevamento per l’utilizzo di precise genealogie, scelte con attenzione, al fine di produrre soggetti che abbiano le caratteristiche morfologiche desiderate. Tutto questo processo di selezione non ha però considerato con attenzione gli aspetti psicologici e cognitivi che i piani di allevamento portavano con sé. Forse perché l’ereditarietà dei caratteri psicologici non era ancora ben definita o forse perché è veramente difficile per un allevatore rinunciare ad uno stallone o ad una fattrice molto belli morfologicamente “solo” perché hanno qualche problema comportamentale. Questa seconda memoria esiste al punto tale che ha creato notevoli errori nell’interpretazione del comportamento dei cani. Per esempio, molti cacciatori sono convinti che certi cuccioli delle razze da caccia nascano con la paura dello sparo; credono sia un comportamento ereditato e riferito solo allo sparo. La complessità della situazione che potrebbe comprendere fattori ereditari del sistema nervoso, emozionale e cognitivo, non viene presa in considerazione. Ma la rilevanza di un comportamento simile riferito alla paura dello sparo tra soggetti parenti tra loro, dimostra l’ereditarietà degli aspetti psicologici e cognitivi.

3) Memoria soggettiva

Questa terza memoria rappresenta la soggettività di ogni cane come individuo unico e irripetibile. Nella sua mente sono presenti tracce significative delle altre due memorie (di ceppo e di razza recente), ma in quale percentuale è difficile da stabilire. La memoria soggettiva non deve essere scambiata con l’indole del cane (o la personalità del cane), poiché l’indole è la somma delle tre memorie (di ceppo, di razza recente e soggettiva). La memoria soggettiva è composta anche da fattori acquisiti quali: l’educazione, l’addestramento, le condizioni di vita in cui il cane vive, la deprivazione sensoriale o affettiva, la salute; cioè tutte le esperienze che l’uomo gli consentirà o meno di fare.

I RIFLESSI SUL COMPORTAMENTO

Le tre memorie regolano le rappresentazioni mentali dei cani, cioè sono in grado di modificare i rapporti tra gli istinti innati e le esperienze acquisite durante la crescita.
Gli istinti sono energia innata, cioè una “risposta organizzata” del sistema nervoso verso uno stimolo che proviene dall’ambiente. E’ stato accertato da tempo che queste “risposte organizzate” possono subire modificazioni dovute all’apprendimento. Per esempio, è possibile insegnare ad un cane da difesa a non attaccare le persone estranee che entrano nel suo territorio, in presenza del padrone.

A questo punto però si aprono 2 questioni:
* la prima è relativa “all’influenza degli istinti di razza”, cioè alla somma della prima e della seconda memoria genetica in rapporto al comportamento;
* la seconda è relativa all’influenza della terza memoria e relative modificazioni dovute all’apprendimento.

Prima questione
Le due memorie genetiche (di ceppo e di razza recente) influenzano molto il comportamento dei cani. Per esempio, possiamo crescere un cucciolo di Setter come pet dog, senza alcun tipo di addestramento alla caccia. Da adulto, possiamo portarlo in un campo dove ci sono delle quaglie e nel giro di pochi minuti potremo assistere ad una “ferma”, magari disordinata, ma pur sempre una “ferma”. Oppure, potremmo tentare di convincere un Samoiedo a trasformarsi in un cane da guardia e difesa. Ma questa razza, cresciuta nella tundra desolata, non ha mai sviluppato il concetto di “persona estranea”, sviluppando invece nei confronti degli umani una fiducia estrema. Pertanto, l’addestramento innaturale alla difesa produrrà effetti disorientanti e stressanti nella sua psiche. I meccanismi innati, cioè gli istinti, si risvegliano comunque in presenza di uno “stimolo genetico” (così definito poiché attiva reazioni innate) - ereditato attraverso la selezione - che innesca il meccanismo di reazione.
Per il Setter, la quaglia è uno “stimolo genetico” che scatena un comportamento innato: la ferma; così come per il Samoiedo la presenza di persone (conosciute e sconosciute) scatena il bisogno di essere coccolati, partecipi del gioco e dell’interazione positiva.

Seconda questione
Ora la faccenda si fa molto complessa poiché si tratta di osservare se l’apprendimento possa modificare in maniera evidente l’indole di un cane. Ovvero, se la terza memoria possa, attraverso le modificazioni dovute all’apprendimento, dimenticare, eludere gli istinti innati che una razza possiede. Facciamo un tentativo provando ad analizzare alcuni comportamenti che riguardano le aggressioni mortali dei cani verso persone conosciute o sconosciute, adulte o bambini, realmente accaduti. Bambini uccisi dal “mastino” di casa. Donne uccise dal “pitt bull” di casa, in tutti i casi è stato impossibile bloccare l’aggressione e sottrarre la preda. Le variabili comuni a questi tragici fatti sono: la taglia dei cani; la stazza ; la potenza del morso; la capacità di scuotimento attraverso le mascelle, i muscoli del collo e le zampe posteriori. Cani in grado di serrare le mascelle per lungo tempo, trattenere e scuotere la preda. Da notare che questi, sono tutti fattori ereditati geneticamente.

Le aggressioni violente dei cani di casa ci permettono almeno due ipotesi:
1) i cani hanno reagito ad uno “stimolo genetico allarmante” presente nell’ambiente;
2) i cani hanno reagito ad uno “stimolo genetico allarmante” presente solo nella loro mente.

Nel 1° caso bisogna chiedersi se lo “stimolo genetico allarmante” fosse abitualmente presente ma divenuto improvvisamente insopportabile per il cane, al momento dell’aggressione. Oppure, se lo “stimolo genetico allarmante ” fosse nuovo , imprevedibile o impercettibile (movimenti, odori, rumori) per gli umani ma non per il cane. L’attacco del cane è fulmineo, violento e inarrestabile. La percezione di uno “stimolo genetico allarmante” ha innescato una reazione innata: l’aggressione che per il cane significa “difesa”. La taglia, la stazza, le mascelle con la capacità di presa e scuotimento hanno fatto il resto. A volte si dice che molti di questi cani erano ubbidienti e non avevano mai dato segni d’inquietudine. C’è però da considerare che l’attacco fulmineo non da né spazio né tempo per inibire il cane attraverso un comando. E quando si cerca in ogni modo di staccarlo dalla preda colpendolo violentemente, investendolo d’acqua e sollevandogli le zampe posteriori, non sempre si riesce nell’impresa.
Le aggressioni mortali per opera di cani sconosciuti alle vittime, non ci consentono di valutare attentamente nel merito le situazioni poiché le dinamiche sono spesso sconosciute o confuse nei racconti dei testimoni occasionali. Comunque, una cronaca italiana ci racconta che quando due “pitt bull” fuggiti da un giardino nei pressi di Bergamo attaccarono una madre che con la figlioletta camminava ignara per la strada, in loro aiuto accorsero due uomini (padre e figlio) che da una casa vicina avevano sentito le urla disperate. Armati di due grossi coltelli da cucina, dovettero infliggere decine di coltellate ai cani affinché mollassero la presa; alla fine, tutte e quattro le persone furono ricoverate in ospedale con gravi ferite in tutto il corpo. In Svizzera, un fatto analogo provocò la morte di un bambino che si stava recando a scuola: aggredito senza scampo da due “pitt bull” fuggiti da un giardino. L’unica deduzione possibile a questi comportamenti d’aggressione fulminea, violenta e inarrestabile , sembra essere l’innescarsi di una reazione innata ad uno “stimolo genetico allarmante” presente nell’ambiente (o solo nella mente dei cani) che scatena l’aggressione. Una lettura dei segnali comunque drammaticamente sbagliata che i cani hanno avuto di ciò che stava realmente succedendo. La 2° ipotesi ci porta ad analizzare un’altra possibilità : che in alcuni casi si tratti di cani squilibrati (con problemi psichici) che hanno rappresentazioni mentali falsate rispetto alla realtà che stanno osservando: stimoli di pericolo presenti solo nella loro mente malata. Alcuni soggetti sembrano presentare comportamenti di tipo autistico con sbalzi d’umore apparentemente ingiustificati e di conseguenza, comportamenti inaspettati. Per assurdo, questo potrebbe essere un vantaggio poiché cani che danno continui segnali allarmanti di instabilità mentale, devono essere obbligatoriamente tenuti sotto tutela. In merito alla trasmissibilità genetica dei tratti psicologici e cognitivi, è palese a tutti gli addetti ai lavori che, al giorno d’oggi, la presenza di tratti di timidezza più o meno accentuata nei cani, ha raggiunto numeri impressionanti. L’opera di socializzazione all’ambiente urbano nei cuccioli è divenuta indispensabile, specialmente per quei soggetti che andranno a calcare i ring delle esposizioni. E’ una condizione che non risparmia alcuna razza e che spesso viene sottovalutata . Si è portati a pensare che un cucciolo “timido” abbia avuto un’esperienza negativa nei primi giorni di vita, o sia stato vittima dei fratellini più “arroganti” e intraprendenti di lui ecc. ecc. Pochi sono disposti a valutare i termini della trasmissibilità genetica dei tratti di timidezza presenti nei cuccioli e le conseguenze impegnative ed inaspettate anche in termini di aggressività, che possono sviluppare. Eppure è una condizione con la quale si dovrà venire a patti: è solo questione di tempo. Educazione e addestramento L’educazione è un pilastro irrinunciabile per la buona convivenza. Il cane deve conoscere le fondamentali regole di vita per potersi inserire in un contesto sociale familiare e allargato. L’uomo quindi gli deve consentire l’accesso all’apprendimento. La semplice educazione di base permette al cucciolo di imparare a collocarsi bene nell’ambiente. Altri percorsi educativi e/o addestrativi gli consentiranno di imparare a soddisfare le richieste che l’uomo via, via vorrebbe ottenere o pretende da lui. Se queste saranno esercitate con metodi umanitari e gratificanti e saranno consone alla sua indole, il cane risponderà senza stress, anzi, dimostrerà interesse e partecipazione al “gioco”. Se, al contrario, i metodi saranno deprivanti e punitivi e le richieste andranno ad impattare contro gli istinti primordiali di razza, il cane dimostrerà subito segnali di stress inequivocabili, come la paura passiva: sottomissione, apatia, tremori, occhi dilatati, respiro affannoso, leccamenti esagerati, mancato controllo degli sfinteri; o la paura attiva o di difesa: ringhiare, abbaiare, aggredire, mordere. Pur nella consapevolezza che oggigiorno molte della razze canine non sono messe in condizioni di sviluppare la funzione per la quale sono state selezionate, sarebbe utile riflettere sulla “diversità di razza”. Il patrimonio genetico che le correnti di sangue trasportano, non si può eludere: in nessuna delle sue componenti, sia essa visibile all’occhio umano come uno stop pronunciato o una coda arrotolata, sia chi si tratti di elementi “invisibili” come le predisposizioni psicologiche e cognitive rispetto agli stimoli che provengono dall’ambiente. Se l’uomo crea una disparità eccessiva tra queste predisposizioni e le sue aspettative di interazione mirate alla soluzione dei compiti richiesti, il cane andrà in stress o, se preferite, si disorienterà, si confonderà, si allarmerà e lo dimostrerà con i mezzi di reazione che possiede. La dovute attenzioni e considerazioni sulla “diversità di razza” possono consentire valutazioni corrette verso i compiti richiesti ai cani. Permetterebbero una elaborazione preventiva dei rischi ambientali cui sarebbero esposti.

Osservazioni finali

* La selezione delle razze dovrebbe tenere conto tanto dell’aspetto morfologico quanto di quello attitudinale, psicologico e cognitivo degli stalloni e delle fattrici.
* L’ereditarietà dei tratti attitudinali dovuti alla funzione per la quale una data razza è stata selezionata nel tempo, andrebbero correlati con attenzione ai tratti psicologici e cognitivi degli stalloni e delle fattrici.
* La morfologia di alcune razze in merito alla taglia, stazza, capacità di presa e scuotimento della preda andrebbe particolarmente correlata alle caratteristiche psicologiche e cognitive di stalloni e fattrici.
* Le modalità di educazione e addestramento debbono rispettare la dignità e la sensibilità del cane e debbono tenere in23debito conto delle caratteristiche di razza e dei tratti psicologici e cognitivi che il soggetto presenta.
* Andrebbe altresì monitorata l’incidenza degli istinti sull’apprendimento al fine di comprendere quale sia la soglia di tolleranza che scatena l’aggressione (moto di difesa) fulminea in presenza di “stimoli genetici allarmanti” provenienti dall’ambiente .
* Infine, adeguarsi all’idea che le razze canine presentano caratteristiche differenti tra loro sia morfologiche che psicologiche e cognitive e, conseguentemente, le loro aspettative, le loro emozioni, le loro rappresentazioni mentali e le loro reazioni all’ambiente sono differenti.

Troppo spesso, tragicamente differenti.

Renata Fossati (si ringrazia la redazione de I Nostri Cani per la pubblicazione di questo articolo)


Autore: Renata Fossati

 

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